Riflessioni

Uno spazio aperto alle riflessioni dei soci dell’IPAST sui temi psicologici, culturali e civili che interrogano il nostro tempo.



8 settembre 2026 - Vito La Spina

I bambini, la guerra e la memoria


La proposta del filosofo Eugenio Mazzarella di candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace, rilanciata da Avvenire e dalle ACLI, mi è stata segnalata dall'amico e collega Marco Garzonio e offre l'occasione per una riflessione che va oltre la pur drammatica contingenza del conflitto in corso.

La storia umana ci pone continuamente di fronte alla nostra propensione alla violenza e alla facilità con cui individui e collettività, quando vengono travolti da forze psichiche che li sovrastano, possono smarrire il riconoscimento dell'altro come proprio simile. Nessuna cultura, religione o civiltà può considerarsi immune da questo rischio. La storia del cristianesimo, non meno di quella di altre tradizioni e culture, porta con sé pagine di straordinaria grandezza e pagine di terribile violenza.

Per questo la memoria è indispensabile. Ma non soltanto la memoria degli orrori che abbiamo subito: anche quella degli orrori che abbiamo commesso. Ricordare significa assumere la responsabilità della propria storia, individuale e collettiva, sottraendosi alla tentazione sempre presente di riconoscere il male esclusivamente nell'altro.

Da una prospettiva psicologico-analitica, la guerra mostra con particolare evidenza ciò che può accadere quando un'intera collettività cade preda di un’inflazione psichica: immagini archetipiche, appartenenze religiose e nazionali, paure e ferite storiche possono assumere la forza di una teofania violenta, ottenebrando le menti e indurendo i cuori. L'altro cessa allora di essere una persona e diviene il portatore del male, il nemico sul quale proiettare ciò che non siamo più capaci di riconoscere in noi stessi.

Se l'attribuzione simbolica di un Premio Nobel potesse contribuire a richiamare l'attenzione collettiva su tutto questo, sarebbe forse ancora più significativo che la candidatura comprendesse insieme i bambini palestinesi e i bambini israeliani. Bambini che appartengono a popoli divisi da una guerra terribile, ma che sono accomunati dall'essere vittime innocenti di una violenza della quale non portano responsabilità.

Riunirli simbolicamente in una stessa candidatura non significherebbe cancellare la storia, equiparare responsabilità diverse o rinunciare al giudizio sugli avvenimenti. Al contrario: significherebbe affermare che la memoria e la responsabilità non possono esistere senza il riconoscimento dell'umanità dell'altro.

Perché la pace, come la guerra, si fa con qualcuno. E può cominciare soltanto quando nell'altro torniamo a riconoscere un nostro simile.

È forse anche questo l'umile e, al tempo stesso, importante compito del nostro lavoro di analisti: provare a mostrare ai nostri pazienti – e, di volta in volta, a ricordare a noi stessi – che la nostra identità di esseri umani, la nostra stessa individualità, non può darsi senza il riconoscimento dell'altro e l'accettazione della sua - e nostra - irriducibile diversità.